Coordinamento Servizi Informatici Bibliotecari di Ateneo
Università degli Studi di Lecce
Piano Coordinato
delle Università di Catania e Lecce

Il Fondo D'Amico EdS
Conversazione sull'Enciclopedia dello Spettacolo con Alessandro D'Amico e Luigi Squarzina
a cura di Arnaldo Picchi

Vorrei chiedere qualcosa intorno al progetto, all'idea di un'enciclopedia dello spettacolo. Ma potrei porre la stessa domanda in un altro modo: quanto si poteva ipotizzare costasse un'operazione di questo genere; cioè che peso economico si poteva presumere di dover affrontare.

D'Amico

Direi che non è esistito un solo progetto. I progetti sono stati due. Diversissimi. E quindi che anche riguardo ai costi non sia mai esistito un solo preventivo, ma tanti. È stato una tigre che ci siamo trovati a cavalcare e dalla quale non si è potuto scendere. Ripeto: ci sono stati due progetti, molto diversi. Quello primitivo (nell'immediato dopoguerra; comincia nel '45 o '46), al quale non partecipai, ritengo prevedesse soltanto quattro volumi. Direi poi che all'origine si pensava solo al Teatro e non anche al Cinema. Il progetto fu attuato, il materiale raccolto, ma si rivelò inadeguato: l'opera appariva di scarso livello. Quindi si ripartì da zero e si fece un altro progetto.
L'idea di una enciclopedia del teatro fu di Silvio D'Amico il quale, crollato il fascismo, pensava che le sue attività pubbliche ne avrebbero risentito. Credo che già durante l'occupazione tedesca immaginasse delle iniziative diciamo così private. E partendo dalla constatazione che non esisteva in Italia un'opera di consultazione sulla storia del teatro universale, pensò di realizzarla. Aveva dato vita alla prima moderna rivista teatrale «Scenario»; aveva già pubblicato la prima storia del teatro drammatico, legata all'insegnamento in Accademia; pensò quindi di creare anche quest'altro strumento. Avendo un cognato, l'avvocato Carlo Minù, che aveva dei legami con piccoli editori romani, mio padre gli parlò della sua idea; si trovarono d'accordo e Minù si disse disposto a investire in proprio nell'impresa. Si costituì allora una piccola redazione, tre o quattro persone, nessuna delle quali a tempo pieno, nella cassa stessa di Minù, a palazzo Doria Pamphili, in via del Plebiscito 112; e con questa piccola redazione si cominciò a lavorare al progetto in quattro volumi. Mio padre dirigeva la sezione Teatro Drammatico, mio fratello curava la parte musicale, Mario Corsi si occupava della ricerca delle illustrazioni. Quando poi fu aggiunto il Cinema ne furono incaricati prima Gabriele Baldini e poi Gian Luigi Rondi. Fu compilato uno schedario con l'ausilio di alcuni specialisti, le voci furono prontamente assegnate in grossi blocchi a una quindicina di collaboratori, tutti italiani. E nel giro di tre o quattro anni, il materiale fu raccolto, dalla A alla Z. Dopodiché, come ti ho già detto, questo materiale risultò d'una preoccupante modestia. Credo sia stato soprattutto mio fratello Lele il primo a darne un giudizio negativo. L'insieme appariva qualcosa di troppo superficiale, una compilazione di seconda mano, e quindi di scarsa attendibilità. Nel 1949 si elaborò un progetto nuovo e si approntò un nuovo piano, basato su una redazione stabile e su collaboratori anche stranieri. Questo portò l'avvocato Minù a trovare nuovi finanziamenti e a contrarre una serie di debiti che peseranno a lungo sulle sorti dell'Enciclopedia, prima che venisse ceduta ai Gentile e alla Sansoni.
Il nuovo progetto prevedeva infatti una struttura molto più ampia e articolata; ogni responsabile di sezione (Teatro, Musica, Cinema) si costituì un piccolo staff che però andò rapidamente crescendo (specie per il Teatro) fino a superare i trenta redattori. E in questa fase che acquistarono grande importanza quelle che noi chiamavamo le "voci generali": cioè il settore delle voci non biografiche. Era il settore che pose i problemi più grossi, anche perché su una stessa voce mettevano bocca i responsabili di varie sezioni che spesso la pensavano in modo diverso. Discussioni a non finire.
Da qualche parte devono esserci i verbali di quelle litigate. Bisogna pensare alla situazione culturale in cui si era, in cui si operava.

Squarzina

Ricordando dall'interno non è forse facile avere una visione oggettiva della cosa. Il punto di riferimento non poteva che essere lo stato degli studi teatrali, che in Italia, al tempo, era quello che era; nel senso che non c'era quasi uno stato degli studi.
Si cominciava appena a concepire la scienza dello spettacolo. Certo c'erano dei buoni studiosi, c'erano degli appassionati. Ecco: c'era soprattutto l'appassionato che collaborava con i suoi contributi alle riviste, alle poche riviste che c'erano. E una sola, poi, fu scientifica, e anche quella fondata e diretta da Silvio D'Amico; e durò poco: prima si chiamò «Rivista del dramma italiano» e poi «Rivista italiana del Teatro»; per il resto si trattava di riviste di attualità, come «Il Dramma» o «Sipario», non prive di qualche impegno storico, anche con dei bravi studiosi. Quindi non c'è da stupirsi che in questa prima fase l'idea di enciclopedia sia stata quella che è stata. Corrispondeva, da un certo punto di vista, non solo alle possibili esigenze di un pubblico che volesse consultare e mettere insieme delle notizie, ma anche a ciò che si poteva avere abbastanza rapidamente da chi era in giro.
E allora, quando da un certo punto in poi si comincia a pensare che per un certo tipo di teatro occorre la filologia di Brunelli, evidentemente non è neppure un salto, ma l'apertura di una porta; che era pronta a essere aperta, ma che non era stata aperta perché un Brunelli era un isolato che faceva ricerca per sé ma non era mai rientrato in un programma organico. La sensazione che si aveva avvicinandosi a questo era che ci si affacciava su un campo affascinante per il quale in Italia bisognava porre quasi i fondamenti - dopo che da mezzo secolo era scomparsa la scuola positivista - non metodologici, perché vennero via via; io trovai per esempio un buon impianto metodologico, quando arrivai; p. es. le voci non biografiche, come quelle di città, erano state studiate molto bene; ma prima di allora, p. es., come fare una bibliografia di una voce di autore, con le rappresentazioni delle sue commedie, o di un regista, era zero. Le prime regole credo le facessero Sandro e gli altri della redazione: data, teatro, compagnia, scene e costumi, interpreti principali. Questo non era dato in nessun regesto italiano, assolutamente.

D'Amico

Il fatto è questo. L'Italia aveva vissuto, con la scuola storica, la fondazione di una storiografia teatrale; i D'Ancona, i Solerti, i De Bartholomaeis. Dopo c'è stata la fase crociana e idealistica, che ha dato anche buonissimi frutti - basta pensare a Mario Apollonio - era in una forma che, non dico ignorasse, ma certo non privilegiava il documento, il dato: lavorava molto sulla base di intuizioni; e infatti la bellezza, secondo me, della Storia del teatro di Apollonio sta anche in questo; in certe zone è straordinariamente percettiva di fatti e di cose senza peraltro fornire documenti; dobbiamo ammettere che molte volte Apollonio ha intuito, ha indovinato; come lo scienziato, il matematico che intuisce qualcosa e fa un'ipotesi che solo dopo troverà conferma. Noi tendevamo a reagire a questa tendenza. Faccio un solo esempio, e proprio a proposito di Apollonio: chiunque vada a leggere la voce "Commedia dell'arte", che naturalmente era stata affidata a lui, noterà che c'è una netta separazione tra storia e cronistoria; ciò dipende dal fatto che nella voce che ci consegnò Apollonio non esistevano, quasi, né date né luoghi; e quando noi obiettammo che, essendo una voce di enciclopedia, doveva in qualche modo fissare delle date e dei luoghi, Apollonio rispose con una lettera (che dovrebbe esistere negli archivi di Federico Gentile, perché era indirizzata a lui) nella quale diceva di avere impiegato vent'anni della sua vita per liberarsi della scuola di Sanesi, dalle date e dai dati, e che non intendeva tornare indietro. Così noi dovemmo compilare una cronologia tratta da Senesi e farla seguire al 'discorso' di Apollonio. È una circostanza esemplare della situazione in cui ci si trovava in Italia e alla valorizzazione, invece, che l'Enciclopedia ha dato a un altro tipo di studiosi, come appunto il citato Brunelli, e come tanti altri isolati.
Dico di più: una delle fortune dell'Enciclopedia è stata quella di trovare degli extravaganti, dei dilettanti, dei collezionisti o dei maniaci della 'notizia', senza i quali interi settori di voci biografiche sarebbero risultati assai poco utili alla consultazione. Ne cito alcuni. Il primo che identificammo fu Ulderico Rolandi, un ginecologo che abitava in via Veneto, che aveva dedicato il suo tempo libero alla raccolta, alla schedatura e all'esame dei libretti d'opera. Durante la sua vita Rolandi aveva messo insieme quella che si riteneva la più grande collezione di libretti d'opera dopo quella della Libreria del Congresso.
Fu acquistata dalla Fondazione Cini e si attende da trent'anni la pubblicazione del catalogo. Pensare: la grande raccolta di libretti d'opera non l'ha fatta la Biblioteca di Santa Cecilia ma un ginecologo. Comunque Rolandi era a suo modo uno studioso. Secondo esempio: Davide Turconi, schedatore formidabile di cinema americano, soprattutto. Era impiegato a un Ente del turismo in una città del Nord che ora non ricordo. Fu Aristarco a segnalarcelo raccontandoci che lui, Aristarco, usava inviargli le bozze di ogni numero di «Cinema» prima di pubblicarlo. Lo stesso facemmo noi per le voci di cinema americano e per le relative filmografie. Una volta, ricordo, Turconi venne a Roma perché Chicco Pavolini (e cioè Francesco Savio, succeduto a Rondi nella direzione della Sezione Cinema che rinnovò di sana pianta) aveva messo le mani su un vecchio stock di vecchie fotografie di cinema americano e si trattava di identificarne il soggetto. Turconi scorreva le fotografie e a colpo d'occhio dettava titolo, regista, attori, fino all'ultimo caratterista: era mostruoso; di tanto in tanto si commentavano i film, ma Turconi reagiva poco e di rado e alla fine scoprimmo, per sua stessa confessione che lui al cinema andava molto di rado: il giorno aveva l'ufficio e di sera doveva schedare intere collezioni di riviste cinematografiche. Un puro maniaco era invece un impiegato del gas (anima di Antoine!), appassionato di cantanti lirici, che dal 1925 aveva schedato, giorno per giorno, l'attività dei cantanti italiani. Gli comprammo l'intero schedario.
Tutto ciò può forse dare l'idea quanto l'impresa era per certi aspetti, dati i tempi, ai limiti della follia. Nel redigere quei mostruosi elenchi di drammi, opere, balletti, film, eccetera ci si domandava ogni tanto se ne valesse la pena, ci si chiedeva se davvero servissero a qualcosa. Finché Savio, che ogni tanto diceva la sua battuta, un giorno disse: "Certo che serve: se qualcuno un giorno o l'altro volesse fare un'Enciclopedia dello Spettacolo, lo troverebbe di un'utilità enorme". E non è solo una battuta: effettivamente il lavoro per fare l'Enciclopedia fu una specie di inizio, di esplorazione, di 'recensione' delle forze esistenti e a volte nascoste, oltre che naturalmente di specialisti sparsi nel mondo chiamati a un'opera comune. È stato un primo sforzo, anacronistico e nel posto sbagliato. Voglio dire: era nata in Italia, invece di nascere in Inghilterra o in Germania. Quando si sparse la notizia che la nostra enciclopedia stava per uscire arrivò una delegazione di un istituto di Praga che voleva impiantare un'enciclopedia teatrale. Venivano da noi per vedere, per orientarsi sul lavoro organizzativo; ma se ne andarono dopo pochi giorni rinunciando all'impresa.

Squarzina

L'Italia ha una singolare caratteristica, che si esprime anche nelle enciclopedie: riesce a produrre qualche unicum insuperabile. Non esiste al mondo qualcosa di neanche lontanamente accostabile all'Enciclopedia Treccani. Basta guardare la proclamata Enciclopedia Britannica: sembra un dizionarietto. Esistono, è vero, grandi repertori tedeschi, come il Brockhaus; ma questa caratteristica curiosa dell'unicità delle imprese (come quella della nascita del cinema) ci va riconosciuta e non deve stupire, tutto sommato. Quando io entrai nella redazione, nell'autunno del '52, ero appena tornato dagli Stati Uniti. Ero andato a studiare teatro a Yale e aveva avuto come maestro per pochi mesi Alois Nagler, una grande figura degli studi austriaci, emigrato lì. Da lui (mentre non sapevo affatto che mi sarei dedicato a questo) imparai una metodologia di ricerca, ma, prima ancora, che esisteva una scienza dello spettacolo. E lo scoprii lì. Nagler non diceva mai che uno spettacolo o un fenomeno era bello o brutto; quando sentiva un giudizio estetico sparava, un po' come Goebbels da tutta un'altra parte. Ecco è stato difficile in Italia prendere questa strada. Cioè per non dire "che bello, quanto è bravo De Filippo", ma che cosa ha fatto De Filippo, in che ordine e con quale rapporto con il primo e il dopo di lui. E stata veramente una cosa nuova per la cultura italiana, allora tutta apprezzativa, anche se fondata su una geniale capacità di dire la propria. Che è purtroppo anch'essa scomparsa, per esempio, dalla critica drammatica. Risalire questa corrente, non abbandonandola, come nel caso di Apollonio, ma integrandola con qualcosa che in quel momento era poco italiano, è stato quasi un miracolo. E le imprese di Silvio D'Amico avevano spesso qualcosa di "miracoloso" nel loro coraggio. Si pensi che al mio ritorno dall'America, a 30 anni, senza precedenti precisi, mi nominò direttore della Sezione Teatro Drammatico.

D'Amico

L'Enciclopedia è nata come speculazione e non come istituzione. E avrebbe invece dovuto essere un'istituzione per poter continuare ad aggiornarla e a integrarla. Ti sarai accorto che ci sono squilibri e lacune. E qui dovremmo raccontare la crisi del '57 e spiegare come mai esistono due enciclopedie: una che va dal primo al quarto volume e un'altra che va dal quinto all'ultimo.

Squarzina

Prima dovremmo forse parlare dell'insieme di redattori geniali che sul progetto dell'Enciclopedia si erano messi al lavoro.

D'Amico

La redazione fu costituita a partire dal '52, faticosamente; ma con risultati eccellenti; mi riferisco al veri e propri redattori in pianta stabile.
Prendiamo a esempio il Teatro, che era il settore più ampio e più articolato dato che doveva fare i conti con le lingue. Il Direttore era Squarzina. Per il teatro dell'antichità classica avevamo Bruno Gentili; per il teatro tedesco Paolo Chiarini (ricordo che 'debuttò' con la voce "Brecht", rifacendo quella che noi avevamo affidato a Vito Pandolfi). Per il teatro slavo c'era Ripellino. Per il teatro in lingua inglese Giorgio Brunacci (poi divenuto una delle colonne delle enciclopedie Garzanti). Per la Francia, Gian Carlo Roscioni. Per le lingue iberiche Luciana Stegagno Picchio. Per la parte italiana c'erano Niccolò Gallo e Giulio Cesare Castello; e poi Cesare Garboli che fini con l'interessarsi soprattutto del medioevo e di certe voci generali. Una redazione quasi tutta fatta da giovanissimi, appena laureati. Poi c'erano i consulenti: Sabatino Moscati per il teatro ebraico e yiddisch; Dario Puccini per i teatri in lingue iberiche; Luigi Salvini per il teatro slavo, ugrofinnico e rumeno; Giuliano Bertuccioli per il teatro cinese; due giapponesi dei quali non ricordo il nome per l'estremo oriente; e altri.
La Sezione Musica era diretta da mio fratello Fedele con Nino Pirrotta, Franco Serpa ed Emilia Zanetti redattori.
Ho già ricordato Francesco Savio che diresse e diciamo pure fece la Sezione Cinema. C'era poi il settore scenografia e quello delle illustrazioni curato da Elena Poveledo. Potevamo infine contare su un Ufficio Revisione di grande qualità: testi e bozze erano rivisti da futuri cattedratici; ricordo, per esempio, Giovanni Bronzini, Filippo Maria Pontani, Emilio Vuolo.

Quindi si raccoglieva il materiale; e quanto tutto quanto è stato classificato e ripartito, i volumi hanno cominciato a uscire.

D'Amico

Non tutto, non tutto. Molto, ma non tutto. Alcuni settori, ma non tutti.

Squarzina

Comunque tra le voci generali c'era un bellissimo coordinamento fino alla Zeta.

D'Amico

C'era, c'era. Ma non è da credere che nel '64, quando usci il primo volume, il materiale fosse completo. Ma poi c'è da dire che quando il materiale arrivava era spesso l'inizio del lavoro. Ricevuta la voce, cominciava una corrispondenza con il collaboratore che poteva durare anche dei mesi. Perché gli si faceva una serie di appunti, d'interrogativi, di richieste di modifiche.

Squarzina

L'aspetto che esponeva Sandro, del lavoro sulle voci, era una compenetrazione di varie fasi. Cioè si potrebbe fare il palinsesto di certe voci come erano state fatte nella prima fase dell'Enciclopedia, e che poi non furono mai completamente abbandonate perché continuavano a restare sul tavolo, come griglie. Dallo studioso cui veniva assegnata, alle elaborazioni successive della redazione, alla corrispondenza, finalmente si arrivava a una voce; e poi si doveva tagliarla o integrarla. Quindi per ogni voce importante si può dire che il lavoro di metterla a posto era anche un lavoro di studio, un lavoro creativo sull'argomento, non solo di unificazione. È questo che dà all'Enciclopedia il curioso spessore che la rende tuttora, forse, affascinante; e che non è spiegabile senza questo. Alcune voci, si possono sentire subito, sono un po' magre, poco coordinate; ma altre hanno un seme unificante, venuto fuori da questo specifico modo di costruirle. Ripeto, non si abbandonava mai la primissima stesura, quella che aveva fatto l'amico di casa o lo studente disoccupato, anche se alla fine si arrivava fino al più grande studioso sull'argomento che esistesse al mondo. Intanto la voce diventava, non è che si adattasse, diventava la voce. Tanto è vero che sentiamo subito quando una voce non è stata prodotta così. Per dire: una non gran voce è la voce "Goldoni", purtroppo, perché mancò questo tipo di lavoro: ci sono aspetti di questa voce che sono notevoli,. altri che sono lasciati un po' andare. E ci sono delle voci sensazionali: mi ricordo che riuscii a beccare Lancaster per la voce "Racine", il massimo che si potesse trovare a disposizione.

D'Amico

Anche perché Roscioni, redattore per il teatro francese, era già bravissimo; capì subito il nostro metodo e lo seppe attuare. Ma non tutti lo accettarono. Un ottimo redattore come Giorgio Brunacci, per esempio, recalcitrava. Mi diceva sempre: "Quello che manda l'autore lo firma lui, il responsabile è lui". Tendeva cioè a sminuire la funzione centrale, redazionale.

Come si faceva, a questo punto, a dire "conclusa" una voce?

Squarzina

Quando doveva uscire. C'è da dire che a volte si pescarono persone che non avevano mai avuto un rapporto con la cultura italiana, cui la cultura italiana era ignota e che portavano, diciamo, un'altezza di preparazione che non poteva non riflettersi e non íngenerare crisi in voci parallele. Succede anche questo: quando hai una grande voce su un dato personaggio, questa mette in movimento anche quella che sta accanto ...

D'Amico

Un'altra cosa, tipica del resto della nostra generazione, fu l'uscita dall'eurocentrismo. L'Oriente, l'Africa: mondi cui fu dato uno spazio molto ampio, anche con molte voci biografiche di attori. Così come avemmo grande considerazione per le nazionalità. Noi non abbiamo fatto una voce "U.R.S.S."; abbiamo fatto le voci "Bielorussia", "Afghanistan", "Azerbagian", "Ucraina" ecc. Non era molto ovvio in quegli anni. Stesso criterio per alcune voci generali: come per esempio la voce "Attore", fatta da Gerardo Guerrieri, dove si cerca di abbracciare la totalità dell'espressione attorica, anche a livello antropologico. Tutto questo non era risaputo.

Squarzina

Io trovai che erano una cosa bellissima le voci di città, concepite - già quando entrai io, poi via via lo diventarono sempre di più - come storia di tutti i teatri che avevano operato successivamente in quella città. Tuttora è utile questo lavoro. Ho dovuto fare una conferenza a Forlì, e sull'Enciclopedia ho trovato la storia del teatro di Forlì. Lì c'è uno studioso locale ...

D'Amico

Da questo punto di vista un'altra voce da citare è la voce "Teatro", con l'elenco di tutti i teatri greci e romani esistenti o testimoniati. E alcune voci generali di prima mano, sintesi inedite. Mio fratello Lele teneva molto alla voce "Canto", che diceva di aver potuto fare perché aveva trovato in Rodolfo Celletti un consulente eccezionale. Dal canto suo Celletti, quando mio fratello morì, dichiarò in un'intervista: "D'Amico andava sempre dicendo che aveva scritto la voce «Canto» perché aveva trovato me; invece è esattamente il contrario: sono io che ho cominciato a capire veramente il canto dopo aver conosciuto lui". Certo è che la voce "Canto" è un saggio importante, di quelli che restano.

L'impressione che si ha dall'Enciclopedia è anche un'altra. Mentre, quando si aggiorna una Storia, gli autori minori, e più vecchi - tanto per fare un esempio - a mano a mano vengono a cadere, nel caso dell'Enciclopedia mi sembra di capire che ci fosse un occhio storico "diffuso".

D'Amico

Si, infatti. Questo è giusto. Ma poi lo abbiamo potuto attuare solo in parte. Uno dei princìpi che l'Editore voleva imporci era che la lunghezza d'una voce dovesse sempre rispecchiare una scala di valori. Secondo noi, invece, l'ampiezza di una voce biografica - nella maggior parte dei casi - era soprattutto in rapporto alla quantità di informazioni che ci eravamo impegnati a dare. Fissati a priori al collaboratore un numero di parole equivaleva a dargli il permesso di essere lacunoso. Ugo Spirito, autorevole consigliere della Sansoni, si dichiarò apertamente contro di noi, e non fu semplice tenergli testa. Ci ribellavamo a concepire la voce come una gabbia precostituita. Tendevamo sempre a privilegiare la completezza dell'informazione.

Squarzina

C'era anche un orgoglio scientifico. Mi ricordo benissimo che certe volte certe voci non venivano tagliate perché era la prima volta che si mettevamo insieme certe notizie, che era un primum assoluto.

D'Amico

E allora venivano fuori i raffronti. "Come? Avete fatto questa voce cosa lunga e quest'altra così corta quando i due personaggi si equivalgono?" Be', sono venute così... Per noi era una caratteristica essenziale dell'Enciclopedia. Purtroppo la realizzammo solo in parte; più nel Cinema e nella Musica che nel Teatro.

Squarzina

C'era poi un altro settore che, credo, non era mai stato integrato nella totalità dello spettacolo; ed è la danza. La danza (di cui si occupava Maria Luisa D'Amico) è stata integrata al teatro d'opera, alla musica, ma mai al teatro drammatico, mai alla scenografia.

D'Amico

La Danza. In Italia era il buio totale. Non c'era nessun vero specialista. C'era un coreografo che conosceva anche assai bene la storia della danza: Aurel M. Millos. E fu prezioso per le indicazioni che ci diede e per la biblioteca personale che ci mise a disposizione. Poi collaborò Gino Tani, un critico musicale convertito al balletto. I critici di balletto sui giornali non esistevano: erano i critici musicali a occuparsene. La "vocazione" della oggi nota a tutti e a ciascuno Vittoria Ottolenghi nacque all'Enciclopedia, quando prese in mano il settore Danza che mia moglie Maria Luisa Aguirre a un certo punto aveva dovuto abbandonare. Noi conoscevamo Vittoria perché faceva parte del nostro ambiente: era la sorella di Carla Bizzarri. Sapeva molto bene l'inglese, cercava lavoro e chiese di collaborare. Ma il settore inglese era già sufficientemente coperto; scoperto era invece quello della Danza. Dichiarò candidamente di non saperne nulla. La spinsi ugualmente ad accettare. Non c'era scelta, da una parte e dall'altra.
Viceversa, come dice Luigi, avevamo il mondo a disposizione per la scelta dei collaboratori. E qui si cercò sempre più di avere lo specialista del settore, del periodo e magari del singolo argomento. Alla fine l'Enciclopedia credo abbia superato i cinquecento collaboratori.

Squarzina

Parliamo un attimo delle illustrazioni. Anche questa è una cosa rivoluzionaria; ancora oggi libri e dizionari sullo spettacolo sono avarissimi di illustrazioni.

D'Amico

Siamo pieni, oggi, di immagini teatrali. Dopo trent'anni di mostre, di lussuosi cataloghi e di un'editoria dedita spesso all'iconografia teatrale. Ma trent'anni fa il settore illustrativo dell'Enciclopedia fu una novità assoluta. La nostra campagna di riproduzioni toccò tutte le principali raccolte italiane e ci rifornimmo direttamente all'estero, presso musei, collezionisti, fotografi. Fotografammo in proprio moltissimi spettacoli. Acquistammo sul mercato antiquario. Anche qui saltò fuori, per nostra fortuna, il privato-collezionista-maniaco: un simpaticissimo inglese innamorato dell'opera italiana, Harry Beard, che aveva messo su casa presso Cambridge e possedeva una mirabile raccolta di stampe teatrali dell'età barocca e romantica.
Oggi quest'archivio che la Povoledo raccolse in quindici anni di lavoro non si sa dove sia finito. Era un patrimonio importante, assai più vasto naturalmente di quanto fu pubblicato. Ho tentato più volte di indagare, senza successo. Ma forse è il momento di dire qualcosa della crisi del. '57.

Squarzina

In realtà ci furono tante piccole crisi.

Con i consiglieri della Sansoni?

Squarzina

Un po' più in là, tra i Gentile e la redazione dell'Enciclopedia. A questo proposito ricordo che nel 1953 fu rappresentato il mio dramma Tre quarti di luna, la cui azione, ambientata in una scuola media di provincia nell'ottobre 1922, adombrava l'adesione di Giovanni Gentile al fascismo per varare la riforma che portò il suo nome. Il dramma si chiudeva con l'uccisione del preside gentiliano da parte di uno studente, per vendicare il suicidio di uno studente, provocato da lui; e c'era in metafora la morte di Gentile giustiziato dai gappisti fiorentini. Questo non poteva far piacere alla famiglia Gentile, e tantomeno un riferimento, che io facevo, alla adozione di testi scolastici a seconda non solo di una ideologia ma di interessi editoriali. I Gentili protestarono con Silvio D'Amico, che mi difese dalle proteste.

D'Amico

Noi eravamo sempre in crisi nel confronti dell'Editore. Eravamo accusati di essere sempre in ritardo nelle consegne. Effettivamente il patto prevedeva la consegna di due volumi l'anno. Io però in qualità di redattore-capo mantenevo quotidiani contatti con l'Editore, e avevo ben presto avvertito che quel patto, siglato quando l'Enciclopedia era in fieri e nessuno era in grado di valutare l'entità dell'opera, era da rivedere. Infatti il primo volume usci nel '54, con un anno di ritardo; poi ne consegnammo un altro che uscì nel '55, e un terzo che usci nel '56. Un volume l'anno. A questo punto l'Editore ci convocò e ci disse che così non si poteva andare avanti, tanto più che noi avevamo chiesto sulla base di calcoli aggiornati, di portare a dodici gli undici volumi previsti. L'Editore era in quel momento la società "Le Maschere", appositamente costituita. Proprietari erano, così mi dissero, Francesco Theodoli e la Sansoni (ossia i Gentile). Le nostre ragioni, che rispecchiavano la realtà furono respinte. Due volumi l'anno e niente dodicesimo volume. O mangiar questa minestra o saltar dalla finestra. Allora riunimmo l'intera redazione e la decisione fu di tenere duro. Naturalmente era essenziale che la redazione restasse compatta nel rifiuto, a tutti i costi. L'Editore, secondo me, avrebbe dovuto cedere per forza: il licenziamento dell'intera redazione non avrebbe certo accelerato i tempi di pubblicazione e avrebbe squalificato l'opera. Ma la redazione compatta non fu. Gran parte di essa trovò modo di concludere un accordo separato. lo ebbi la sensazione che si stava tramando qualcosa, auspice Francesco Savio. Ebbi vari colloqui con lui, piuttosto duri; mi sembrava ignobile quel che stava facendo; secondo lui invece era un atto meritorio al quale mi invitava a partecipare. Mi disse presso a poco così: "Guarda, il mio non è un tradimento; anzi, lo faccio per salvare l'opera fondata da tuo padre - che nel frattempo era morto -, l'opera ideata e iniziata da voi, fatta da noi; ma devi renderti conto che l'unica cosa è continuare a mentire all'Editore; continuare a dirgli di si, che faremo due volumi l'anno; che t'importa? Tu glielo continui a promettere e poi non li facciamo". Tesi inoppugnabile, ma per me inaccettabile: non ero assolutamente più disposto a lavorare 24 ore su 24 per sentirmi ripetere che la redazione di cui ero responsabile era inadempiente. Su questo avvenne la spaccatura: una parte della redazione si licenziò, tra cui me, Squarzina, mio fratello Fedele, Garboli e altri. Ma il blocco restò e prosegui l'opera. Come? Il ritmo fu esattamente di un volume l'anno, né poteva essere altrimenti. Ma i volumi, invece di crescere a dodici, calaron a dieci, con conseguenze gravissime, tali da sfigurare e squilibrare l'opera. Sono state soppresse migliaia di voci. Le meno importanti, che poi sono il tesoro delle enciclopedie specializzate, dove si deve poter rintracciare il personaggio minore che nessun'altra enciclopedia registra. Da questa angolatura una voce su Esperia Sperani (che non c'è più) diventa più necessaria di quella di Ruggero Ruggeri.

Queste voci erano già state preparate?

D'Amico

Sì. In gran parte; non tutte, certo. Ma qui pure, come per le illustrazioni, si vorrebbe sapere dove sono finite. Era un materiale utile, che si poteva pubblicare altrove.

Questo spiegherebbe la stranezza della mancanza di molte voci riguardanti personaggi del teatro italiano della prima metà del '900; e diamo pure che fossero dei minori.

D'Amico

Infatti. Ma sono saltati anche personaggi di grande rilievo. Provate a cercare Francesco Milizia. Sparito.

Squarzina

Le voci di cinema ci sono invece quasi tutte.

D'Amico

E certo; perché lì la forza contrattuale di Savio, divenuto tra l'altro redattore-capo, era altissima e quella della Povoledo assai minore. Quindi, a un certo punto, "Milizia"? No, no: leviamo.

Quindi le semplificazioni, anzi, le esclusioni, si verificano a partire dalla seconda redazione? Dal quinto volume?

D'Amico

Sì.

Squarzina

Infatti l'apogeo dell'Enciclopedia sono il terzo e il quarto.

D'Amico

Certo. Quando avevamo imparato come si faceva. Comunque la Sezione Cinema è tutta di prim'ordine, fino in fondo. E anche altri settori; per esempio il teatro francese curato da Roscioni. Però, ripeto, il taglio di migliaia di voci si fa sentire e mi rincresce che siano disperse.

Squarzina

Poi c'è da dire che, in qualche modo, non tutto, ma buona parte della biblioteca fu salvata e comprata dall'Università di Lecce. Grazie al fatto che Sandro ha avuto un incarico a Lecce e conosceva molto bene il Rettore, un uomo d'azione che non ci pensò due volte.

D'Amico

Sedici milioni. Io veramente l'avevo segnalata prima a Macchia per l'Università di Roma e poi al Museo Biblioteca dell'Attore di Genova. Ma a Roma la burocrazia universitaria si mosse lentamente, a Genova non c'erano soldi, mentre a Lecce l'Università era in regime commissariale e Codacci Pisanelli, non dovendo render conto a nessuno, firmò l'assegno nel giro di pochi giorni.

Squarzina

Però, non so bene se è stata messa in ordine.

D'Amico

Si, sì. Perfetta. È solo un po' lontana da noi. Ma tornando all'Enciclopedia (che poi in definitiva si è rivelata un affare) lo mi auguro che qualcuno prenda l'iniziativa di continuarla con dei volumi di aggiornamento. La prima tiratura di 10.000 copie è da tempo esaurita, ma ne sono state ristampate 5.000 copie. L'opera si continua a vendere. E quindi sono ipotizzabili dei volumi che la integrino e la completino. Li comprerebbero tutti. Ma di chi è l'Enciclopedia? Dalle "Maschere" passò alla SADEA, che lo sappia, e poi all'"Unione Editoriale". Oggi non so a chi appartenga, ma un padrone ci dev'essere. Purtroppo non c'è più Francesco Theodoli, l'uomo che più da vicino ne aveva seguito le sorti.
Le varie sedi: palazzo Doria con l'entrata da piazza Venezia; poi palazzo Doria con l'ingresso da piazza Grazioli. Poi ... No prima c'era Minù, quindi via Plebiscito. Poi piazza Grazioli.

D'Amico

No. Si comincia in via del Plebiscito 112 in casa di Minù. Poi, se non erro, sempre a palazzo Doria, ma al 117. Poi ci trasferimmo in via Adige. Poi tornammo a palazzo Doria, ma dal lato via della Gatta dove all'ultimo piano abitava Guido Salvini e ora abitano La Capria e Ilaria Occhini. Infine, quando i Sansoni affittarono ai Doria un intero, vastissimo piano del palazzo, entravamo da piazza del Collegio Romano. Insomma, abbiamo girato intorno al palazzo, ma non siamo arrivati a chiudere l'anello, su via del Corso.

Esisteva un rapporto, non dico pratico, ma diciamo culturale, ideologico, tra l'Enciclopedia e l'Accademia?

D'Amico

Nessuno. Tra l'altro mio padre, da quando si cominciò ad attuare il nuovo progetto, diminuì molto la sua presenza in redazione. Era di nuovo travolto dall'Accademia, dal mestiere di critico e da infiniti altri impegni. In redazione veniva sempre meno. Arrivava, s'informava delle novità, protestava perché eravamo in ritardo con le consegne, trovava eccessive le nostre preoccupazioni, ci raccomandava di consegnare, e scappava. Un'effettiva direzione l'ebbe sempre meno. I veri direttori erano quelli preposti alle singole sezioni, mentre io avevo funzioni di coordinamento. Ma è anche vero che, da quando non ci fu più lui, noi fummo molto più deboli nei confronti dell'Editore. Ma con l'Accademia, ripeto, nessun rapporto, se non nel senso che dicevo all'inizio: dopo aver fondato una rivista come «Scenario» per svecchiare la scena italiana, dopo aver creato l'Accademia e aver scritto una Storia del Teatro perché agli allievi bisognava pur raccontargliela, be', facciamo pure l'Enciclopedia. In questo senso un rapporto c'è.

Squarzina

Tra l'idea di fare un'enciclopedia e quella di costituire un'Accademia in comune c'è solo l'idea che il teatro è un fatto di cultura. L'ingresso della cultura nel teatro e del teatro nella cultura; i due aspetti: la storia del teatro liberata dalle approssimazioni, che riprende la tradizione positivistica rinnovata e che diventa storia dello spettacolo (e la Storia di D'Amico era una storia del teatro come spettacolo, oltre che come testi), e una scuola in cui il teatro era insegnato da un punto di vista organico per arrivare alla regia eccetera. Quindi idealmente un grosso legame, però praticamente nessuno. Io sono uscito dall'Accademia però questo non c'entra col mio lavoro all'Enciclopedia.


Da: Catalogo del Fondo D'Amico dell'Università di Lecce, Bari 1992, pp. xxv-xliii.


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